ANTONIO INFANTINO


VAI AL COMUNICATO STAMPA DEL DISCO “LA RUOTA DELLA VITA” (2026)

ANTONIO INFANTINO | BIOGRAFIA

Antonio Infantino (1944-2018) è stato una delle personalità più radicali e originali della cultura italiana del Novecento. Musicista, poeta, filosofo, architetto e performer, ha reinventato il patrimonio musicale della Lucania trasformandolo in un linguaggio contemporaneo, capace di dialogare con il jazz, la musica afro-brasiliana, l’elettronica, il teatro e l’arte d’avanguardia. Più che recuperare una tradizione, ne ha dimostrato la straordinaria vitalità, anticipando quella contaminazione culturale che oggi definiamo world music. 

Nato a Sabaudia da una famiglia di Tricarico e cresciuto tra la Basilicata e Firenze, dove si laurea in Architettura collaborando con il gruppo radicale UFO, Infantino sviluppa fin dagli anni Sessanta una ricerca che attraversa poesia, arti visive, musica e performance. Le sue installazioni dialogano con l’arte povera e concettuale, mentre i suoi concerti diventano esperienze collettive in cui il pubblico è chiamato a partecipare fisicamente al rito musicale. 

Il centro della sua ricerca è il tarantismo, che libera dalla dimensione folklorica per trasformarlo in una potente metafora della condizione umana contemporanea. Per Infantino il “tarantolato” è chiunque viva l’alienazione, lo sfruttamento, l’emigrazione, la precarietà, la perdita di identità. La taranta non è più il ragno della tradizione contadina, ma ogni forma di violenza sociale capace di avvelenare l’esistenza. La musica diventa allora rito di liberazione, energia collettiva, gesto politico e poetico insieme. 

Da questa visione nascono i Tarantolati di Tricarico, esperienza artistica e umana senza precedenti, con cui coinvolge i giovani del suo paese in un laboratorio permanente di musica, danza e creatività. Album come I Tarantolati, La Morte Bianca – Tarantata dell’Italsider, Follie del Divino Spirito Santo e La Tarantola va in Brasile raccontano un Meridione lontano dagli stereotipi, capace di parlare al mondo attraverso un linguaggio nuovo, costruito su strumenti popolari, ritmi ancestrali e continue contaminazioni internazionali. 

Accanto all’attività musicale pubblica il libro di poesie I denti cariati e la patria, introdotto da Fernanda Pivano, collabora con Dario Fo, con il Living Theatre e con protagonisti dell’arte contemporanea come Michelangelo Pistoletto e Jannis Kounellis. Il lungo soggiorno in Brasile arricchisce ulteriormente la sua ricerca, fondendo il ritmo della taranta con il samba e il candomblé in un dialogo che supera ogni confine geografico e culturale. 

Le sue performance, costruite su strumenti poveri, percussioni, improvvisazione e partecipazione del pubblico, trasformano ogni concerto in un’esperienza fisica e visionaria. Per questo molti lo hanno definito uno sciamano, ma Infantino è stato soprattutto un pensatore capace di costruire, attraverso la musica, una vera filosofia del riscatto, fondata sulla convinzione che la cultura popolare non appartenga al passato, ma rappresenti una forza creativa capace di interpretare il presente e immaginare il futuro. 

La sua influenza attraversa intere generazioni di musicisti e ricercatori, da Eugenio Bennato a Teresa De Sio, da Peppe Barra a Giovanna Marini fino a Vinicio Capossela. Ancora oggi la sua opera continua a essere un punto di riferimento imprescindibile per chi considera la musica non semplice spettacolo, ma esperienza di libertà, conoscenza e trasformazione. 

Quasi a lasciare un testamento del proprio pensiero, Antonio Infantino sintetizzò così il senso della sua ricerca: «La forza della tradizione sta nel suo valore. È un tesoro, un’energia viva che costituisce la ricchezza.»